PRIMO COMUNICATO

PRIMO COMUNICATO

Premessa Esprimiamo anzitutto il nostro ringraziamento all’Hub di prevenzione per il supporto ricevuto. Ringraziamo inoltre per i numerosi messaggi di solidarietà giunti, nonostante le poche informazioni disponibili sul nostro fermo di sabato 31 gennaio, e riaffermiamo la nostra vicinanza a tutte le persone fermate e coinvolte nei fatti di Torino. Scriviamo questo comunicato per spiegare il perché della nostra mancata copertura della manifestazione nazionale a Torino in solidarietà allo spazio sociale Askatasuna e contro il suo sgombero. Prima di entrare nel merito dei fatti, però, riteniamo necessario fare una premessa: noi non siamo giornalisti. Né pubblicisti, né professionisti. E specifichiamo: non per mancanza di volontà per quanto comprensibile al netto della repulsione che proviamo per alcune testate e alcuni soggetti di questa categoria , ma per l’inaccessibilità strutturale e classista di questa professione. L’iter di accesso per diventare giornalisti è lungo, rigidamente normato e iper selettivo per costruzione, tanto per i pubblicisti che per i professionisti. Non dipende dalla competenza, dalla qualità del lavoro o dalla funzione sociale dell’informazione, ma dalla possibilità materiale di sostenere precarietà prolungata e sfruttamento attraverso l’auto-finanziamento. Un meccanismo di selezione di classe, che per dei ragazzi poco più che ventenni provenienti da famiglie popolari come le nostre non è al momento sostenibile. Non siamo quindi una testata: non abbiamo un direttore o una direttrice responsabile iscritto all’Albo. Non siamo ancora nemmeno un’associazione formalmente riconosciuta. Siamo poche persone che investono tempo, energie e risorse proprie — tra studio, lavoro e vita quotidiana — al servizio di tutte e tutti, con l’obiettivo di riuscire a creare un’infrastruttura mediatica di contronarrazione che sia libera dagli interessi economici di pochi mega ricchi. Chiudiamo questa premessa per chiarire che, nel racconto dei fatti che seguirà, non abbiamo dunque beneficiato di alcuna tutela connessa allo status di giornalista. In questa vicenda non ci è stata riconosciuta né una protezione simbolica né una garanzia giuridica propria della professione. Siamo state dunque trattate come persone comuni, tutte incensurate Cosa è successo? La mattina del 31 gennaio 2026 un nostro inviato si è recato in auto a Torino, insieme ad altre quattro persone, per documentare la manifestazione in solidarietà con il Centro Sociale Askatasuna. L’inviato era munito di macchina fotografica, action cam, casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox, un kit abitualmente utilizzato in scenari in cui si prevede l’uso di gas CS da parte delle forze dell’ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine FFP3, esclusivamente per protezione dai gas irritanti. Dopo il superamento del casello autostradale di Rondissone, intorno alle 10:00, l’automobile è stata fermata in una piazzola di sosta dalla polizia stradale per quello che è stato definito un “normale controllo di polizia”, per il quale non ci è stato chiesto di scendere dall’auto. Successivamente, sono giunti suk posto due agenti della DIGOS in borghese, che hanno scattato delle fotografie al volto delle persone in auto, trasferendo verosimilmente le immagini al posto di blocco successivo. Intorno alle 11:00 il veicolo è stato fermato una seconda volta in zona Torino Stura, nei pressi della cosiddetta “Sfinge”. In questa occasione è stato ordinato di scendere dall’auto e di aprire gli zaini. Sono stati separati casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e Maalox. Il tentativo di spiegare le finalità giornalistiche e di mostrare l’attrezzatura per la documentazione fotografica e video è risultato vano. Durante queste operazioni abbiamo ripetutamente chiesto quale fosse la ragione del fermo e delle perquisizioni, ricevendo come unica risposta che “lo avremmo visto poi sulle carte”. È intervenuta nuovamente la DIGOS, che ha scattato nuove fotografie ai volti con telefoni cellulari, sostenendo che quelle presenti sui documenti non fossero aggiornate. Alle 11:30 ci è stato comunicato che saremmo stati “accompagnati” in questura per qualche decina di minuti. Quattro delle cinque persone sono state caricate su una camionetta, mentre la quinta è rimasta sull’auto con agenti a bordo. Dopo circa mezz’ora di viaggio, alle 12:00, siamo arrivati presso il distaccamento della Questura di Torino in via Tirreno 337. Prima di essere condotti in cella abbiamo potuto contattare il numero dell’Hub di protezione diffuso dal movimento, che ci ha messo in contatto con un avvocato suggerendoci di procedere per velocizzare le pratiche. Solo arrivati in questura ci è stato risposto che il fermo era motivato dalla violazione di un’ordinanza della prefettura mai specificata, che tuttora non troviamo ufficialmente pubblicata sul sito della prefettura se non tramite un generico articolo modificato il 2 febbraio. Dopo una perquisizione individuale siamo stati rinchiusi insieme in una cella da otto persone, già occupata da altre tre, in condizioni di forte degrado e di gravi condizioni igienico sanitarie. Poco dopo sono state rinchiuse altre due persone, arrivando ad un totale di dieci. Nel corso delle ore siamo stati prelevati uno alla volta dalla cella per periodi variabili tra i quindici e i trenta minuti per diverse procedure: prima per le generalità, poi per il trasferimento presso la polizia scientifica, dove ci sono state scattate fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e prese le impronte digitali. Tutto questo, per aver portato degli oggetti di protezione individuale come occhialini da piscina, mascherine, e nel caso del nostro inviato quello che è stato provato essere un kit abituale per documentare queste dinamiche altamente conflittuali. Per tutta la durata del fermo non ci è stata fornita alcuna spiegazione formale sulle ragioni del provvedimento, né ci è stato permesso di contattare l’avvocato, ignorando numerose richieste nel corso delle 9 ore di fermo. Nel frattempo, grazie all’attivazione dell’Hub di protezione, amici e familiari sono stati informati della nostra permanenza in questura, sebbene siano stati comunicati orari di rilascio tra loro contraddittori, prima le 18:00, poi le 20:00. Il rilascio è avvenuto soltanto alle 21:30, dopo 9 ore e mezza di reclusione. Al momento del rilascio, oltre alla conferma del sequestro dell’attrezzatura di protezione, al nostro inviato è stata contestata la violazione dell’articolo 650 del codice penale. Secondo il prefetto, “sulla base di elementi di fatto”, egli sarebbe “dedito alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”, nonostante fosse incensurato. Come misura preventiva è stato disposto un foglio di via da Torino della durata di due anni. Ribadiamo che tale provvedimento è stato adottato per nessuna condotta avvenuta in manifestazione, alla quale ci è stato impedito di partecipare. E adesso? Siamo già in contatto con degli avvocati per valutare le eventuali procedure legali da intraprendere a tutela del collettivo e delle persone coinvolte. Questa vicenda ha messo in evidenza alcuni nodi critici interni al collettivo, legati alla nostra organizzazione e alle modalità con cui affrontiamo situazioni di pressione e conflitto. È necessario prenderci il tempo per analizzare quanto accaduto, riorganizzare alcuni aspetti del lavoro e definire meglio strumenti e responsabilità. Questo processo richiederà tempo e per questo chiediamo pazienza a chi ci segue. Il nostro obiettivo resta continuare a produrre informazione indipendente e contro-narrazione, senza padroni e senza vincoli esterni, anche dentro i limiti materiali con cui ci confrontiamo ogni giorno. Infine, riteniamo necessario allertare tutto il movimento. I toni sempre più repressivi assunti dalle istituzioni e dall’insieme dei partiti in tutto l’arco parlamentare, “opposizione” inclusa, indicano una volontà di alzare il livello dello scontro sul piano politico e comunicativo. In questo contesto diventa indispensabile valutare con maggiore attenzione tempi, forme e modalità delle iniziative, per evitare di cadere in provocazioni che favoriscono chi punta alla criminalizzazione e all’isolamento delle realtà solidali. Quando si decide di agire, è necessario farlo con fermezza, ma anche con lucidità e precisione, tenendo conto dei rapporti di forza reali. Per chi vorrà sostenere o aiutare il collettivo, invitiamo a restare in contatto e a continuare a seguirci: nei prossimi mesi avremo bisogno del supporto di tutta la comunità che crede in questo progetto.