SECONDO COMUNICATO

SECONDO COMUNICATO

Premessa: Dove eravamo rimasti Dopo i fatti che hanno coinvolto nel febbraio scorso un nostro inviato M. , concludevamo il nostro primo comunicato con queste parole: «Nei prossimi mesi avremo bisogno del supporto di tutta la comunità che crede in questo progetto». Da allora sono trascorsi otto mesi, durante i quali abbiamo continuato a lavorare attraversando difficoltà, cambiamenti e nuove fasi di crescita, sia personale che professionale. Oggi ci troviamo davanti a una sfida che non possiamo affrontare da soli e per la quale abbiamo bisogno del sostegno di tutta la nostra comunità. Otto mesi fa, il viaggio verso la manifestazione per Askatasuna del 31 gennaio a Torino si è trasformato, per uno di noi, in un fermo, una perquisizione, nove ore in una cella in questura e nel divieto di fare ritorno nella città fino al 2028, misura tuttora in vigore. Il tutto è avvenuto sulla base della presunta violazione di un'ordinanza firmata il 29 gennaio e “pubblicata” il 30, di cui non eravamo a conoscenza. Il provvedimento vietava di detenere determinati oggetti «nei luoghi e in occasione della manifestazione» del 31 gennaio. M., insieme ad altre quattro persone, si trovava invece a 7 chilometri dal luogo della manifestazione, quattro ore prima del suo inizio, e non aveva preso parte ad alcuna iniziativa. Quella giornata ci ha costretto a fermarci e a fare i conti con una realtà che fino a quel momento avevamo solo documentato. M. ha sperimentato direttamente, insieme a tanti altri, cosa significhi essere identificati, perquisiti, trattenuti e privati per ore della propria libertà, mentre si cerca semplicemente di documentare ciò che accade o di esercitare il proprio diritto a manifestare. Abbiamo scoperto, come Chrono, quanto rapidamente un progetto costruito con il lavoro volontario di pochi giovani possa trovarsi esposto a conseguenze che vanno ben oltre le proprie possibilità materiali, imponendoci di ripensare alcune delle nostre modalità di lavoro. Nei mesi successivi abbiamo dovuto affrontare le conseguenze tutto questo provando, nel frattempo, a fare informazione. È da qui ora che vogliamo ripartire. Non per tornare semplicemente su quanto accaduto otto mesi fa, ma per raccontare cosa è successo da allora, il processo, le condanne, e perché ci troviamo oggi a chiedere il sostegno della comunità che ci ha accompagnato finora. Cosa è successo? Dopo il fermo e il successivo foglio di via, quattro delle cinque persone coinvolte tra cui M. hanno deciso di impugnare il provvedimento davanti al TAR del Piemonte, pagando 650 euro a persona per le pratiche di deposito. Insieme al ricorso è stata parallelamente chiesta anche la sospensione del foglio di via. Il provvedimento ha infatti una durata di due anni e, considerando i tempi della giustizia amministrativa, senza una sospensiva un eventuale esito favorevole sarebbe potuto arrivare a divieto già terminato. A sostegno del ricorso i 4 hanno raccontato chi erano, ricostruito le loro vite, i percorsi universitari, le attività e i loro progetti, spiegando perché si trovassero quel giorno in viaggio verso Torino. Avevano tra i 20 e i 22 anni. Nel caso del nostro inviato abbiamo inoltre documentato l’attività di informazione e documentazione svolta attraverso il collettivo, senza nascondere nulla del nostro percorso editoriale. Nonostante questo, il TAR del Piemonte ha respinto la richiesta di sospensione, mantenendo in vigore i fogli di via. A quel punto tre persone, tra cui M., hanno deciso di proseguire davanti al Consiglio di Stato. L’avvocato aveva prospettato, sulla base della sua esperienza, una possibile condanna alle spese di circa 1.000 euro a persona. I tre avevano quindi deciso di procedere, ritenendo di poter sostenere il rischio, convinti che gli elementi presentati nel ricorso potessero essere sufficienti a ottenere una decisione favorevole. Nei primi giorni di agosto l’avvocato ci ha comunicato l’esito della sentenza: il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso e ha condannato i tre al pagamento di 3.000 € ciascuno al Ministero dell’Interno, per un totale previsto - una volta considerati gli accessori - di circa 13.000 €. E adesso? Questa condanna, per la somma atipica e per lo sviluppo della vicenda, non possiamo percepirla come una semplice conseguenza amministrativa della giornata del 31 gennaio, ma come un provvedimento dal carattere punitivo. La decisione è arrivata il 31 luglio, a pochi giorni dalle forti tensioni attorno alle mobilitazioni No TAV. Sono gli stessi giorni in cui il ministro Crosetto ha descritto gli avvenimenti in Val di Susa come una forma di “guerriglia urbana”, arrivando a evocare un parallelismo con le Brigate Rosse. Ma al di là del contesto politico nel quale questa decisione è arrivata, ci sono due elementi della vicenda che riteniamo particolarmente gravi. Il primo punto riguarda il modo in cui è stato trattato il nostro lavoro. Nonostante avessimo spiegato nel dettaglio le ragioni della presenza di M. a Torino, il nostro lavoro giornalistico non ha ricevuto alcun riconoscimento. M. è stato considerato semplicemente come una persona in possesso di determinati oggetti — un casco da bici, una maschera antigas e un paio di occhialini protettivi — senza tener conto che questa attrezzatura rientra nei normali strumenti di protezione individuale per chi documenta manifestazioni in cui sono previsti scontri. È un principio che ci preoccupa perché, in questa impostazione, non serve necessariamente essere coinvolti in una condotta definita come “illecita”, ma basterà “trovarsi” nel posto sbagliato, avere con sé determinati oggetti ed essere ritenuti potenzialmente intenzionati a utilizzarli. Una tendenza che stiamo vedendo sempre più emergere nella gestione del conflitto sociale da parte dello stato, come l'introduzione del fermo preventivo. Il secondo elemento riguarda proprio questo passaggio: non viene sanzionato un fatto concretamente avvenuto, ma una presunta intenzione futura. Il provvedimento non interviene infatti su una condotta che M. ha tenuto durante una manifestazione, alla quale non ha nemmeno preso parte, ma sulla base della possibilità che quegli oggetti potessero essere utilizzati per violare la legge. Si passa così dalla sanzione di un comportamento alla valutazione preventiva di una persona sulla base di ciò che, secondo chi giudica, potrebbe essere portata a fare. Dal diritto che sanziona il fatto si è già passati negli anni a un diritto che sanziona le persone e le loro possibili intenzioni. Ed è questo il punto che riteniamo riguardare tutti. Se questa impostazione diventa un precedente, il problema non riguarda più esclusivamente cinque persone che quel giorno si stavano recando a Torino, ma può riguardare chiunque si trovi in una situazione analoga. Non è necessario essere coinvolti in uno scontro o commettere un reato: può bastare una presunzione su ciò che si potrebbe fare. Per questo abbiamo deciso di trasformare questa vicenda in qualcosa di diverso, da caso singolo a caso collettivo. Chiediamo alla comunità che ci ha sostenuto in questi anni di aiutarci a superare questa emergenza, ma anche di contribuire a costruire una risposta solidale. Se riusciremo a raccogliere la cifra necessaria, avremo non soltanto affrontato una conseguenza economica che oggi ricade direttamente su M. come individuo, ma avremo dimostrato che a un precedente di questo tipo può essere contrapposto un altro precedente: quello della solidarietà concreta tra chi produce informazione, chi si mobilita e chi sostiene questi percorsi. Per Chrono, inoltre, questo passaggio rappresenta un punto di non ritorno. Siamo ancora tre studenti poco più che ventenni e per anni abbiamo costruito questo progetto mettendo insieme studio, lavoro e attività del collettivo, rimandando una strutturazione più solida perché le nostre condizioni materiali non ce lo permettevano. Oggi non possiamo più permetterci di continuare a rimandare. Le conseguenze di quanto accaduto ci hanno mostrato concretamente quanto sia fragile un progetto che si regge quasi esclusivamente sul lavoro volontario e non riconosciuto di poche persone. Il tipo di lavoro che vogliamo svolgere e il contesto nel quale questo lavoro viene sempre più spesso ostacolato ci impongono quindi un passaggio di scala. Quanto accaduto a un membro del nostro collettivo non è un episodio isolato. Negli ultimi mesi abbiamo visto pressioni e attacchi colpire anche altre realtà che svolgono una funzione di informazione, comunicazione e supporto al movimento, come nel caso di Autistici/Inventati. Pensavamo già da tempo che fosse arrivato il momento di strutturarci. Oggi quell'esigenza non è più rinviabile. Ma prima di poterla affrontare, dobbiamo superare l'emergenza che abbiamo davanti. Per questo chiediamo un sostegno attivo attraverso una campagna di crowdfunding con un obiettivo pari a 4500€ per coprire la quota della condanna che ricade su M. Una volta raggiunto questo primo obiettivo, la raccolta resterà aperta anche al sostegno delle altre due persone coinvolte, con l’obiettivo di contribuire, per quanto possibile, alla copertura dell’intero costo della condanna. Ai singoli che ci seguono, alle realtà con cui abbiamo condiviso pezzi di questo percorso, a chi ha riconosciuto in questi anni il valore del nostro lavoro e a chi ci incontra per la prima volta chiediamo un aiuto per superare questa fase. Chrono ha sempre cercato, nei limiti delle proprie possibilità, di sostenere chi si è impegnato, organizzato e battuto per costruire spazi di solidarietà e conflitto. Oggi siamo noi ad avere bisogno di quello stesso sostegno.